Interviste Travestite
Ava Hangar

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Ava Hangar

Riccardo, persona Queer, pronomi vari ed eventuali.
Stabile a Firenze ma spesso in giro per l’Italia.
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Disclaimer. Tutta l’intervista é declinata usando i pronomi che lə artistə ci hanno indicato.


Perché il Drag?

La necessità di esprimermi attraverso il linguaggio drag arriva in seno ad una evoluzione della mia pratica e ricerca artistica. Ero alla ricerca di un linguaggio più diretto rispetto al circo contemporaneo e che fosse anche veicolo di messaggi e di azioni da e per la comunità queer. Ho iniziato quasi per gioco e senza dare troppa importanza alla cosa, non sapendo che nel giro di pochi anni sarebbe diventata la mia pratica principale. 


Cosa é The Shade per te?

The Shade è prima di tutto un laboratorio permanente, dove gli argomenti di ricerca sono i corpi dellə artistə residenti, dellə ospiti e del pubblico. Quasi un esperimento costante che utilizza stili e linguaggi più volte esplorati per creare un luogo di condivisione e di esorcizzazione personale e collettiva. Oltre a tutti questi paroloni altisonanti è la casa di una  famiglia che sta crescendo nel tempo e che è pronta ad accogliere chiunque voglia, per una notte, celebrare la propria singolarità. 

Quale é il tuo superpotere?

Non credo di avere superpoteri, ma una cosa che mi ha portato avanti nella vita e sicuramente mi ha reso ciò che sono è il non aver mai avuto paura di chiedere aiuto, mostrare le mie debolezze ed essere sempre pronto ad ascoltare le persone e cambiare punto di vista. Questo ha fatto sì che negli anni abbia potuto tessere una rete di persone che sento affini e vicine, su cui posso contare sempre e che possono contare su di me. Ed è anche grazie a loro che The Shade è possibile.  


Che significa Queer per te?

Queer è tutto ciò che mette in discussione il concetto egemonico di normalità. Mi definisco una persona queer proprio perché mi rendo conto che la prima cosa da decostruire è proprio la normalità, che viene data come assodata quando in realtà è frutto di una convenzione e/o di una decisione umana. Su questo concetto che è ciò su cui poi si basano le teorie queer baso la mia intera esistenza, sia personale che professionale. 


Ci racconti, se c’é stato, un momento di svolta della tua vita (artistica o meno)?

Sicuramente quando, durante la pandemia tutta la mia vita mi è arrivata addosso e sono entrato in una forte depressione che mi ha spinto ad avere pensieri suicidi. Da lì è iniziato un percorso di autoanalisi personale e artistica che tutt’ora è in corso. Non credo che sia un momento che mi ha cambiato, ma il punto di partenza del mio cambiamento, che è ancora in atto.

Proponi spesso il libro “l’arte queer del fallimento”, perché é importante per te?

È importante perché viene analizzato il concetto di fallimento come motore e non come “passo falso” da evitare per avere successo. In verità quella che è cambiata in me è l’idea di successo, anche perché il capitalismo è un sistema che ti spinge a ricercarlo nella maniera più sbagliata e deleteria. La teoria di Halberstam è proprio quella di ridefinire le proprie priorità, distruggere l’idea che tramite il rigore si ottengano per forza dei risultati e abbracciare una via, molto queer, di indecoro e indisciplina, rimettendo totalmente in discussione il concetto stesso di successo. 

Grazie a questo libro ho capito che il successo che voglio ottenere nella vita è direttamente proporzionale ai legami autentici che creo e all’esperienza stessa della vita.


Da un passato da circense e la fondazione di una compagnia di circo contemporaneo al Pink carpet del Drag Con. Cosa ti sei portata dietro, e cosa é stato meglio lasciare lì dove stava, della tua formazione da circense?

Ho sempre accusato male un sistema di apprendimento basato sul senso di colpa, che poi è uno dei fondamenti della mia educazione. Non credo più che il senso di colpa possa aiutarti ad ottenere dei risultati tangibili, ma bensì un ambiente sano e il più sicuro possibile dove le persone raggiungono dei risultati nei tempi che il proprio essere detta. Credo invece nel lavoro di gruppo, nella sinergia di un collettivo di persone che cercano di ottenere dei risultati comuni e lo fanno dopo aver in primo luogo tessuto insieme una “rete di sicurezza” dove il fallimento/successo del singolo è amplificato o minimizzato dalla forza del gruppo. 


Come stai vivendo questo momento in cui l’Italia sta facendo piccoli e grandi passi indietro sui diritti? Hai visto cambiare la situazione intorno a te?

Non posso che viverla male, ma cerco di dare un contributo attraverso ciò che faccio. Avere un palco, talvolta un microfono in mano e potersi rivolgere ad un pubblico è un privilegio non indifferente che cerco di usare il più possibile come megafono per ciò in cui credo e anche per chi non ha il mio stesso privilegio. 


Ci consigli 3 artisti che porti con te nella tua arte?

Per la vita che ha passato e per la visione che conserva sicuramente Sandra Milo.
Geppi Cucciari per come riempie di sardità ciò che fa e per aver reinventato completamente il ruolo di host.
Infine Phia Menard, un’artista di circo, per come ha portato in scena il suo percorso di transizione decostruendo sia il linguaggio del circo stesso che una disciplina come la giocoleria. 


Nel settembre 2010 Dan Savage e suo marito Terry Miller creano il progetto “It get’s better” che consisteva nel chiedere a persone LGBTQIA+, piu o meno famose, di raccontare allə più giovanə che si, é dura essere se stessə ma la vita poi migliorerá.
Come si fa a raccontare a unə adolescentə in difficoltà che la vita non fa schifo?

Con autenticità, senza paternalismi di vario genere. Credo che le persone adolescenti siano assetate di testimonianze, racconti e suggerimenti. Quello che potrebbe precludere la condivisione dal mio punto di vista è la forma, non il contenuto.
Ogni racconto di vita è fondamentale per la nostra formazione e se noi adulti riusciamo a toglierci dal ruolo di maestrə o guru a quel punto ogni cosa che raccontiamo risulta significativa per le persone, soprattutto per lə adolescenti che sono sempre in guardia per evitare che venga loro imposta una visione o impartita una lezione.